lunedì 30 maggio 2011

Guardami: sono nuda

"Guardami: sono nuda" è una piccola raccolta di poesie di Antonia Pozzi, poetessa italiana che amo.



L'autrice: Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912-Milano, 3 dicembre1938) è stata una poetessa italiana.
   
    L'introduzione:
"Ho paura, e non so di che: non di quello che mi viene incontro, no, perché in quello spero e confido. Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia."
Antonia Pozzi scrive queste riflessioni in un Quaderno tra il 1925 e il 1927. È nata del 1912, appena una ragazzina, quindi. Eppure è questo senso di spossata malinconia, di vertigine di perdita, di repentina nostalgia che lei esplorerà fino alla sua morte, il 2 dicembre 1938, nuda e troppe pillole ingoiate in un fosso gelato nella campagna intorno a Milano. "Per troppa vita che ho nel sangue. Tremo nel vasto inverno. E all'improvviso, come per una fonte che si scioglie nella steppa, una ferita che nel sonno si riapre, perdutamente nascono pensieri nel deserto castello della notte."
La famiglia di Antonia Pozzi appartiene all'alta borghesia milanese, il padre avvocato, la madre un'aristocratica. Molta cultura auspicata e perseguita con larga disponibilità di mezzi e interessanti frequentazioni, ma i sentimenti quelli no, ben imbrigliati e indirizzati, regola suprema da non sovvertire, argine della rispettabilità e della convenienza. Ma Antonia non ci sta, non può starci, e si innamora sempre, molto, e naturalemente anche di chi, per i suoi genitori, non dovrebbe. È il suo professore di latino e greco conosciuto al liceo, il suo eterno amore, il suo amore osteggiato, impossibile, il suo nome è Antonio Maria Cervi.
I genitori impediscono l'amore, rifiutano la sua proposta di matrimonio, loro hanno incontri brevi, segreti, anche durante i viaggi all'estero che lei è spinta a fare. "Quando dal mio buio traboccherai di schianto in una cascata di sangue, navigherò con una rossa vela per orridi silenzi ai crateri della luce promessa."
Con il tempo la resistenza alla decisione della famiglia si trasforma in una rinuncia straziata e molte delle poesie di Antonia si riferiscono alla dolorosa interruzione della loro relazione. Lei stessa ne scrive l'elenco nei Quaderni con il titolo "La vita sognata" perché, come scrive in una lettera: "La poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che si spumeggia e ci romba nell'anima e di placarlo..."
Dopo il liceo, l'università, Lettere e Filosofia altri amori, brevi, minacciati, dalla solita vertigine di perdita, mentre intanto studiava, viaggiava, legge e fotografa Milano, la sua periferia che sconfina nella campagna, le montagne dell'Alta Valsassina, luoghi magici e amati fino dalla sua infanzia i volti dei contadini, dei bambini le donne lungo i Navigli o in fiumi della campagna, inginocchiate per il bucato.
Con la disapprovazione della famiglia comincia poi l'insegnamento nel 1937 all'Istituto Tecnico Schiaparelli di Milano e inizia la sua relazione con Dino Farmaggio, figlio di operai, con il quale scopre l'angolo in ombra della società.
Poi la morte, in un fosso, nuda. Aveva scritto nove anni prima:
Guardami: sono nuda. Dall'inquieto
Languore della mia capigliatura
Alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color avorio.
Guarda: pallida è la carne mia.
Si direbbe che il sangue non vi scorra.
Rosso non ne traspare. Solo un languido
Palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto.
Vedi come incavato ho il ventre. Incerta
È la curva dei fianchi, ma i ginocchi
E le caviglie e tutte le giunture,
ho scarne e salde come un puro sangue.
Oggi, m'inarco nuda, nel nitore
Del bagno bianco e m'inarcherò nuda
domani sopra un letto, se qualcuno
mi prenderà. E un giorno nuda, sola,
stesa supina sotto troppa terra, starò, quando la
morte avrà chiamato.

La mia preferita:
"Le mani sulle piaghe"

"E quando tu te ne sarai andato,
fratello, io seguirò la bianca strada
ovattata di nebbia.
L'acqua andrà remigrando come un'ala
languida e nera: giù dai vecchi muri
qualche grido di verde e di scarlatto,
vite, edera, veccia.
Tanto silenzio ci sarà, lì presso:
un silenzio d'attesa.
Allora farò lieve la mia voce,
farò lievi i miei passi:
m'inoltrerò nel luogo dei malati
come un bimbo che entra in un suo sogno
di paradiso, dove tutto è bianco.
Non ci saranno più volti, né capelli,
né età, né nomi: ci sarà un candore
infinito, vorace.
Ma, dal candore, mille urli rossastri
si leveranno: oh, mani
livide, abbandonate sulle coltri;
mani che vi portate come artigli
sopra le piaghe aperte
per difenderle a unghiate o per squarciarle;
mani che avete in voi tutto il dolore
e il mistero dell'essere;
io farò lievi, un giorno, le mie mani
sopra di voi. E là dove il silenzio
è un'attesa di morte o di salvezza,
il silenzio e la fede vestiranno
la mia esistenza nuda.
Fratello, io farò lieve il mio respiro,
l'anima mia farò lieve e sicura
sopra il gran male umano:
dentro i labbri di tutte le ferite
io stagnerò il tuo sangue,
fra le ciglia di ognuno che si strazia
asciugherò il tuo pianto."

Stelline: 5/5

1 commento:

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